La passerella dei poveri cristi

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La passerella di Christo sul Lago d’ Iseo, decantata e magnificata dalla grancassa mediatica come l’ “evento” per antonomasia dell’ estate italiana 2016, ha chiuso i battenti. Se volessimo guardare da un punto di vista prettamente numerico, dovremmo dire senza indugi che è stato un successo, in quanto gli organizzatori avevano preventivato una cifra di 700-800.000 visitatori in quindici giorni mentre il computo finale segna quota 1.500.000 visite.

 

Non vogliamo discutere, in questo articolo, della valenza artistica di una passerella costruita usando poliuretano (sì, proprio quello che si usa nei frigoriferi…) che non porta a nulla, che non va da nessuna parte, un mostro galleggiante sulle acque lacustri con un impatto visivo da pugno nell’ occhio. Non parleremo di questo, perché Christo è un furbone sopravvalutato che grazie alla critica ha aumentato a dismisura il conto in banca propinandoci sciocchezze: persino lo scarabocchio di un bambino dell’asilo contiene maggior significato della passerella in poliuretano ondeggiante.

 

Vogliamo solo fare un paio di riflessioni. La prima è che l’uomo contemporaneo, post-moderno, deve star proprio male con sé stesso e provare un senso angosciante di alienazione con la biosfera di cui è parte per fare ore di coda sotto il sole o in balìa dei temporali al solo scopo di “consumare” -questo è il vero termine adatto- pochi attimi di finta gioia solipsistica. Vengono in mente alcune parole di Alekos Panagulis, l’ex compagno di Oriana Fallaci, spirito libero e ribelle seppur troppo anarcoide (ma dotato di profondo acume ed intelligenza), durante un suo viaggio a Mosca nel 1975, dinnanzi alle folle che si recavano a venerare Lenin nel mausoleo: “stavano in coda come oche ammaestrate, come degli scemi”. Cambiano gli anni, il contesto, i luoghi, ma le masse sul lago d’ Iseo non si discostano da quelle della Piazza Rossa, con l’ aggravante che le prime non sono costrette da un regime dittatoriale, ma seguono spontaneamente le mode del momento, tutte intruppate, tutte incredibilmente uguali negli atteggiamenti, nei continui “selfies” da postare compulsivamente sui social network, quasi un modo disperato di dire “io c’ ero” gridato al mondo, ad una società che atomizza e decontestualizza la persona rendendola prima di tutto estranea a sé stessa.

 

In tutto questo contesto, il vero protagonista, cioè il magnifico lago d’ Iseo coi suoi scorci, i suoi borghi sospesi nel tempo, i quadri del Moretto nelle chiese, i vicoli stretti e le tipiche case, sparisce. Si dissolve, evapora. Il focus dell’attenzione è una passerella scialba, che potrebbe essere inserita in qualsiasi altro ambiente o luogo, anche su un fiume inquinato di una desolante metropoli industriale, ma il risultato d’ impatto mediatico e di affari e di visite risulterebbe essere il medesimo. I pubblicitari dell’evento dicono che finalmente il Lago d’ Iseo verrà conosciuto nel mondo, incrementando il turismo. Può essere, ma per le ragioni sopraccitate secondo noi ben difficilmente gran parte dei visitatori sceglierà il lago prealpino come luogo di soggiorno in futuro: viviamo nella cultura dell’effimero, dell’istantaneo, quindi una volta spentisi i riflettori, Iseo e dintorni continueranno ad essere “penalizzati”, come dicono nel settore turistico, dalla concorrenza dei laghi vicini: il Garda e quello di Como. L’ asfittica ed ingolfata economia delle crescite esponenziali, ora che la torta planetaria presenta fette sempre più piccole e meno appetitose, nella sua ansia di generare denaro e redditi, punta sempre più su eventi mediatici o kermesse mastodontiche, i cui costi di produzione lievitano di anno in anno e che producono risultati modesti, che non lasciano radici o semi nel tempo: Expo 2015 archiviato con un bilancio modesto (non fatevi ingannare dal numero di biglietti venduti, che ha raggiunto il minimo sindacale previsto) non ha avuto impatti duraturi sul lavoro e sull’ economia nazionale e neppure lombarda; i mondiali sudafricani del 2010, presentati come il riscatto del Continente Nero, sono ormai nel dimenticatoio e gli impianti sportivi cattedrali nel deserto, ed intanto il Sudafrica continua nella sua spirale al ribasso; a Roma è in corso un Giubileo a piazze vuote, di cui a nessuno importa nulla e potremmo continuare con mille altri esempi, il più vicino a noi le prossime Olimpiadi di Rio de Janeiro in un Brasile che ultimamente pare se la passi male. Voglia Iddio che Roma stessa non vinca l’assegnazione dei giochi olimpici 2024!

 

La sola cosa che salva la carnevalata d’ Iseo sono i costi contenuti e finanziati esclusivamente da Christo e dalla famiglia Beretta, dell’omonima industria d’ armi. Un sottile filo rosso collega la passerella con tutti i grandi eventi : la fame di una crescita ormai impossibile, giri d’ affari miliardari, la bulimia di bottegai, albergatori, costruttori, il foraggiamento di un circo mediatico martellante al servizio del turbocapitalismo, che deve continuare ad alimentare i desideri di quelli che ormai sono dei consumatori individualisti passivi, poveri individui senza un ruolo, senza un senso in una società nemmeno più liquida come dice Baumann, ma quasi evaporata, dei numeri tra i numeri il cui solo obiettivo è quello di uscire da un grigio anonimato, filmandosi o fotografandosi nel grande evento di turno e inondando la Rete con la propria faccia: non siamo numeri, noi esistiamo, ecco la prova ed invidiateci, io ci sono e tu invece no. Le facce quasi grottesche dei camminatori, sui social network, possono figurare solo in uno dei “capricci” di Francisco Goya o alle grida di Munch. È il solo barlume di forma artistica che si vede in tutto questo.

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