L’ideologia patriarcale è sempre stata in questo senso maschilista e femminicida

Man's clenched fist opposite woman's hand holding heart

L’orribile assassinio di Sara Di Pietrantonio, i forti dubbi sulla veridicità del suicidio di Carlotta Bensuglio, il tentato avvelenamento con la soda caustica di una donna incinta da parte del compagno. Nel giro di pochi giorni, tre gravissimi avvenimenti hanno riportato l’attenzione sul cosidetto ‘femminicidio’.

 

 

Per l’edizione 2013 del dizionario ‘Devoto Oli’, costituisce femminicidio “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetrare la subordinazione e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico e psicologico, fino alla schiavitù e alla morte”.

Una simile definizione mal si attaglia alla maggior parte dei casi di uccisione della propria compagna o ex-compagna: l’ideologia patriarcale presuppone infatti che la donna, ogni donna non valga nulla, invece molti di questi assassini sembrano convinti di essere loro a non valere alcunché e che la loro vita abbia senso solo di fianco a colei che dicono (delirando, ben inteso) di amare, tanto da non sopportare che si allontani.

La visibilità che questi crimini ricevono non deve però indurci nell’errore di dimenticare l’enorme e crescente mole di violenza fisica, psicologica, sessuale ed economica che viene perpetrata ogni giorno contro delle donne: qui si può riconoscere davvero una componente di genere.

Il termine ‘femminicidio’, che ci lascia perplessi come sinonimo di ‘uxoricidio’, ci sembra invece adeguato se usato col significato di “uccisione del femminile”, ovvero se riferito ad ogni azione che impedisca la sua libera espressione. L’ideologia patriarcale è sempre stata in questo senso maschilista e femminicida.

I maschilisti però non potevano rendersi conto di esserlo, prima che il femminismo inventasse la parola e ponesse seriamente il problema.
Che senso ha oggi essere ancora maschilisti? E’ di certo sano amare il proprio genere sessuale, ma senza che ciò porti alla prevaricazione dell’altro, che andrebbe piuttosto amato ed onorato in egual misura. Un ulteriore passo si può fare se ci si rende conto che da un punto di vista psicologico e fors’anche animico siamo tutti una mescola di maschile e femminile, cosicché il maschio che odia e sfregia il femminile ferisce anche una parte di se stesso.

Lo stesso vale per la femmina che detesta e ferisce il maschile. Mentre l’ideologia maschilista si sta, per fortuna, indebolendo, ma come una bestia che, se ferita, diventa ancora più pericolosa è capace di un colpo di coda, cosicché diventa ancoira più violento e femminicida, anche il femminismo ha sviluppato una tendenza, che potremmo definire ‘maschicida’, che ostacola l’espressione del maschile: si pensi all’immagine della donna che umilia l’uomo presente, ad esempio, in certi spot pubblicitari.

La ‘guerra tra i sessi’, come ogni altra forma di polarizzazione su posizioni opposte (destra/sinistra, atei/credenti, carnivori/vegani ecc.) finisce soltanto per indebolire le comunità e non andrebbe alimentata, anzi si dovrebbe contrastare entrambe le sue origini: l’antica distruttività verso il femminile e quella più recente verso il maschile.

Come spiega Maura Gancitano nel suo recente ‘Malefica. Trasformare la rabbia femminile’, gli uomini si portano addosso non solo il senso di colpa per quello che eventualmente hanno fatto alle donne nella loro vita biografica, ma anche il dolore provocato dai loro antenati. Si tratta di un senso di colpa che brucia, suggerisce l’autice, “perché oggi può essere superato”.

Perché ciò sia possibile si deve smettere con le battaglie di retroguardia e riconoscere il diritto delle donne alla rabbia verso gli uomini, solo così potranno viverla ed esprimerla nella giusta misura, senza eccessi distruttivi che potrebbero rallentare il processo di pacificazione.

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