C’è posta dalla UE

votopostale

Cercherò di tenere alto il livello del mio lavorio e di non scadere in facili dietrologie, consapevole dell’onere che ci addosso: se il candidato alle presidenziali austriache, il verde ed europeista Alexander Van der Bellen, ha superato di 31.026 preferenze l’euroscettico, “xenofobo e populista”, Norbert Hofer, e l’apporto determinante alla vittoria è stato fornito dai voti postali, i benpensanti hanno gioco facile a difendere il risultato appellandosi alla sacralità del voto. I maliziosi che contestano l’esito elettorale, invece, hanno il gravoso compito di dimostrare la fondatezza delle loro accuse, destinate altrimenti a rimanere banali, risibili, congetture.

Chiamiamo quindi a testimoniare nientemeno che l’OSCE, la blasonata Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, e lo facciamo attraverso il rapporto sulle elezioni federali svizzere del 2007: in quell’occasione fu ampio il ricorso al voto al voto postale, perché ogni cittadino ricevette nella sua buca delle lettere una scheda elettorale, da usare in alternativa al seggio. Scrive l’OSCE

The system could be vulnerable to manipulation when no checks are undertaken.Given the current level of checking, the use of ‘default’ postal voting, where all electors are sent a ballot packets, does make electoral malfeasance possible by anyone willing to intercept and use otherwise genuine ballot packets.

L’ampio ricorso al voto postale è facilmente soggetto a manipolazione, dice l’OSCE, da parte di qualsiasi malintenzionato che voglia intercettare le schede elettorali, “altrimenti valide”: le lettere rispedite ai seggi sono infatti rigorosamente anonime, in ottemperanza al diritto di segretezza del voto, ed è quindi impossibile verificare che le buste siano state compilate da mittenti autentici o fasulli. Il sistema adottato per le presidenziali austriache prevede, un po’ sulla falsariga del modello svizzero, che possano ricorrere al voto postale (Briefwahl) sia i cittadini austriaci all’estero (im Ausland), sia quelli in patria (im Inland) che ne facciano espressa richiesta si aumenta così il tasso di partecipazione al voto ma, d’altro lato, si introduce un passaggio nel meccanismo di voto (la trafila postale) facilmente “vulnerabile alle manipolazioni”, per usare le parole dell’OSCE.

Si arriva al primo turno delle presidenziali austriache. Il 24 aprile si sfidano il candidato socialdemocratico e quello popolare, espressione dalla grande coalizione al governo, il verde Alexander Van der Bellen, convinto sostenitore dell’Europa unita e federale, e l’euroscettico Norbert Hofer, rappresentante del Partito della Libertà Austriaco, formazione “nazionalista e populista”. Nonostante i sondaggi diano per vincente il verde Van der Bellen, dallo spoglio elettorale emerge tutt’altro risultato: i popolari ed i socialdemocratici, fermi entrambi all’11%, incassano una storica sconfitta, rimanendo esclusi per la prima volta dal 1945 dal secondo turno delle presidenziali, Van der Bellen si ferma al 21% ed Hofer schizza al 35%.

A nulla, quindi, è servito il giro di vite sull’immigrazione del governo austriaco in vista delle elezioni, culminato il 14 aprile con l’annuncio di una possibile chiusura del Brennero: il malessere dei cittadini dovuto all’ondata migratoria che transita dal piccolo Paese alpino (passano un milione di profughi ed immigrati nel solo 2015), saldandosi alla delusione per le scarse prestazioni dell’economia (sempre ad aprile la banca Hypo Alpe Adria è liquidata ricorrendo alle nuove regole del “bail in”), gonfia le vele del populista Hofer, gettando lo scompiglio a Bruxelles e dintorni. Il terremoto politico è di tale magnitudo che, a distanza di due settimane, il premier austriaco Werner Faymann è costretto alle dimissioni.

Si notino i numeri: i voti espressi ammontano a 4.279.170 (affluenza al 70%) di cui 535.000 voti postali , che, rispetto alle preferenze espresse ai seggi, riducono il vantaggio di Hofer (dal 36,4% al 35,1%) a tutto beneficio di Van Der Bellen (dal 20,4% al 21,3%). I voti postali, per qualche oscuro motivo statistico, anziché ripartirsi in maniera uniforme tra i candidati, si concentrano su alcuni di essi (quelli europeisti in particolare!): il mezzo con cui è espresso il voto non è quindi neutrale, ma ha precisi connotati politici. Cambia il reddito degli elettori? Cambia il grado di istruzione? Cambia l’età? O si tratta di manipolazione?

Sopraggiunge il 22 maggio ed è tempo di ballottaggio: questa volta, è lo “xenofobo” Norbert Hofer ad essere dato in vantaggio dai sondaggisti, mentre tutte le speranze dell’establishment euro-atlantico sono riposte in Van der Bellen. Significativi gli epiteti che Hofer affibbia allo sfidante, quali “massone” e “candidato dell’élite, degli snob e della Commissione europea”: peraltro epiteti giustificati, considerato che Van der Bellen, per sua stessa ammissione7, è stato per diversi decenni affiliato alla “Innsbrucker Loge”, la loggia massonica di Innsbruck.

I voti espressi salgono al secondo turno a 4.477.942 (affluenza al 72%), grazie alla vera e propria esplosione del voto postale che, con un balzo del 39,5%, raggiunge il record di 746.000 schede: si noti, altra anomalia statistica, che, senza l’incremento degli 211.000 voti postali, l’affluenza sarebbe stata addirittura inferiore di 13.000 schede al primo turno. Una decina di migliaia di elettori che il 22 aprile si è recato alle urne diserta l’appuntamento, mentre gli amanti della cara, vecchia, posta cartacea, aumentano di un numero superiore agli abitanti della città di Linz, neonati inclusi. Ma…

L’exploit del voto postale si rivela presto determinanti per decidere l’esito della consultazione. Il “populista” Hofer, concluso lo spoglio nei seggi domenica sera, ha infatti un vantaggio sul “massone” Van der Bellen di144.000 preferenze (51,9% contro 48,1%); il vantaggio è però annullato, anzi ribaltato, quando lunedì mattina inizia il conteggio dei voti per posta. Ben oltre il 61% dei “Briefwahl” , dei voti postali, arride a Van der Bellen, consentendo così al candidato europeista di superare l’avversario di 31.000 voti. Si noti ancora che,senza l’esplosione numerica del voto postale (+39,5%) rispetto al primo turno, Van der Bellen avrebbe comunque perso, anche con il 61% delle preferenze. Sorge di nuovo spontaneo il quesito: perché il campione del voto postale è così diverso da quello delle cabine elettorali? Cambia il reddito dei votanti? Cambia il grado di istruzione? Cambia l’età? O si tratta di manipolazione?

Io sto partendo proprio per Vienna. Bene, sono molto contento” gongola soddisfatto Romano Prodi. Si goda l’elezione di Van der Bellen e ringrazi anche le poste austriache, potremmo aggiungere noi.

Si tratta comunque di una vittoria di Pirro perché, dall’Austria all’Inghilterra, dalla Polonia alla Francia, le forze “populiste, xenofobe e anti-europeiste” crescono vigorose ovunque: è nient’altro che la fisiologica e spontanea reazione dell’elettorato a quasi 30 anni di globalizzazione e integrazione europea, i cui unici beneficiari sono stati l’alta finanza ed i partiti politici a lei subalterni.

Perché la reazione, come nel caso di Norbert Hofer in Austria, è venuta dalla destra e non dalla sinistra dello schieramento politico?

La grande Vandea europea

Lasciamo ora i freddi numeri dei conteggi elettorali per addentrarci in un’analisi puramente politica.

Arrivati a quasi metà del 2016, si sono ormai dissipati anche gli ultimi dubbi sulla natura della reazione politica ai danni prodotti dall’Unione Europea, che si tratti di crisi economica o di apertura indiscriminata all’immigrazione: si tratta di una reazione che nasce e cresce alla destra dello schieramento politico.

Dal Partito della Libertà austriaco ad Alternativa per la Germania, dal Diritto e Giustizia polacco al Front National francese, dal Partito per la Libertà olandese al Fidesz ungherese, la ribellione contro Bruxelles e le élite euro-atlantiche ha tutti i tratti di una grande Vandea europea, dove col termine “Vandea” si fa riferimento alla lunga e sanguinosa resistenza conservatrice (1793-1796) contro la Francia rivoluzionaria ed ai suoi eserciti. L’unica, significativa, eccezione in questo quadro è rappresentata dal premier slovacco Robert Fico, definito, non a caso, come “socialdemocratico nazionalista” o “nazionalista di sinistra”; i vari partiti contestatari, da Syriza al Movimento 5 Stelle, non vanno invece neppure presi in considerazione, essendo ormai chiaro a qualsiasi osservatore equanime, come siano funzionali alla conservazione dello status quo, che si chiami UE oppure NATO.

Perché la reazione dell’elettorato è partita da destra? Perché assistiamo ad una Vandea conservatrice anziché ad un giacobinismo di sinistra, inflessibile nel difendere i diritti dei cittadini, calpestati da anni di impoverimento generalizzato, e nel chiedere la testa dei tecnocrati europei?

Dopotutto, a pensarci bene, un simile sbocco politico era tutt’altro che scontato quando, nel lontano 2011, scoppiò la fase più virulenta dell’eurocrisi. Anzi, “pane” per le destre europee è stato fornito in abbondanza solo di recente (con l’inizio della grande ondata migratoria verso l’Europa centrale e nordica nella tarda primavera 2015), mentre la vertiginosa caduta del tenore di vita, le condizioni sempre più precarie del lavoro e l’aumento drammatico della disoccupazione giovanile, sono fenomeni che risalgono all’introduzione dell’euro (2002), poi aggravatisi con la recessione del 2009 ed infine esplosi con l’acme dell’eurocrisi (2011-2012).

Le sinistre avrebbero dovuto essere le prime a cavalcare il malcontento dell’elettorato, causato netto peggioramento delle condizioni di vita, scagliandosi contro le ricette neoliberiste (privatizzazioni, lavoro precario, tagli allo Stato sociale, etc. etc.) sui cui si basano le politiche di svalutazione interna, imposte dalla Troika non solo alla Grecia, ma anche a Portogallo, Spagna, Francia, Italia, etc. etc. Capita, invece, che vocaboli come “nazionalizzazione”, di un’impresa in cattive acque oppure di un’azienda strategica, escano solo più dalla bocca di esponenti politici di destra, come Marie Le Pen.

Perché un esito così paradossale? Perché “l’Europa unita”, nata nell’immediato dopoguerra per contenere l’avanzata del comunismo moscovita, è terrorizzata oggi dall’avanzata delle destre?

Una prima risposta possibile è che i partiti comunisti (in primis quello italiano) e socialdemocratici, perduta la stella polare dell’URSS e svanita la pressione a soddisfare le esigenze dei lavoratori per frenare derive massimaliste, si sono convertiti tout court alla causa europeista, investendoci un tale capitale politico da rischiare, oggi, la bancarotta (come, in effetti, sta avvenendo ai socialdemocratici in Germania ed Austria, ai socialisti in Francia, ed ai catto-comunisti del PD in Italia –absit iniura verbis: si vuole solo evidenziare la matrice cattolica e comunista del partito-).

La risposta poggia sicuramente su solide basi, ma rischia di fermarsi alla superficie del problema, senza cogliere le affinità più profonde tra la finanza cosmopolita che da almeno un secolo insegue l’Europa federale (i famosi Stati Uniti d’Europa) e le sinistre europee. Tra la finanza liberal della City e di Wall Street, quella che propugna i mercati deregolamentati, il lavoro iper-flessibile, la globalizzazione selvaggia, etc. etc., e le sinistre post-Guerra Fredda, c’è una comunanza di sentimenti che va ben oltre il significato del termine “liberal”, ossia di liberalismo progressista.

L’affinità più profonda tra le oligarchie finanziarie e la sinistra deve essere cercata, a nostro avviso, nella loro natura intimamente rivoluzionaria, dove per “rivoluzionario” non si intende l’abbattimento anche violento di un sistema ormai esausto, per sostituirlo con un nuovo e vitale, bensì si fa riferimento all’accezione di“sovvertimento” del termine “rivoluzione”. Le oligarchie finanziarie (quelle dei Soros, dei Rothschild, degli Schroder, per intendersi) e le sinistre europee, che dopo il 1989 hanno abdicato alla difesa dei lavoratori, sono intimamente legate dallo spirito di sovvertimento dell’Occidente, che le spinge ad individuare nellafamiglia tradizionale e nello Stato-nazione (l’aggregato politico di più famiglie) i principali nemici da abbattere.

Ecco perché la minaccia all’Unione Europea non viene da sinistra, ma da destra: perché l’Unione Europea è allo stesso tempo un mezzo per la finanza cosmopolita di scardinare lo Stato-nazione (sottraendogli dosi crescenti di sovranità e favorendo l’immigrazione indiscriminata) e, attraverso le direttive e le politiche economiche della UE stessa, un mezzo delle sinistre per scardinare la famiglia tradizionale (dalla parificazione del matrimonio all’unione tra persone dello stesso sesso all’incentivazione della denatalità, rendendo impossibili alle giovane coppie retribuzioni stabili e dignitose).

Unioni civili, il Parlamento Ue all’Italia: «Dica sì ai matrimoni gay»” , “Respingimenti di migranti, Ue condanna Italia. Monti:peserà su scelte future”  sono alcuni dei mille titoli citabili a proposito, mentre personaggi del calibro di Laura Boldrini ed Emma Bonino, convinte sostenitrici degli Stati Uniti d’Europa ed allo stesso tempo dei matrimoni omosessuali, della porte aperte all’immigrazione e della cittadinanza facile, sono l’incarnazione vivente della contiguità tra la finanza cosmopolita e le sinistre europee.

Concludendo, è più che naturale che la fine dell’Unione Europea, prodotto della finanza internazionale che si muove tra la City e Wall Street, venga dalla destra dello schieramento politico e non dalla sua sinistra: i generosi finanziamenti elargiti da Vladimir Putin al Front National francese corroborano la tesi che il ruolo di antagonisti del sistema atlantico, svolto durante la Guerra Fredda dai partiti comunisti, è stato ereditato oggi dalle formazioni nazionaliste. I vecchi compagni rossi rimasti fedeli a Mosca, volenti o nolenti, devono farsene una ragione ed agire di conseguenza.

 

 

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