Meglio preferire alla serenità ottusa la follia di un entusiasmo che può incenerire il cane di paglia che è l’uomo

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Prima di arrivare ai sette (o ai quarantasette leggendari) samurai, bisognerebbe aver capito come non si può più restare ottusi nella solita indifferenza dopo aver visto una fioritura di ciliegi. Come non si può più continuare a essere volgari e torpidi, tollerare il sognare a casaccio, dopo aver visto una falce di luna dondolarsi e salire, nuda e affilata, nel cobalto del crepuscolo. Come non si può più chiudere gli occhi sui guai del mondo, dopo averli aperti sulle sfumature bluastre del collo di un pavone. Come non si può più correre da una servetta all’altra, dopo aver sfiorato la nuca di una geisha.

 

Eroismo significa fermarsi, quando l’esistenza ci mette di fronte a una anche minuta espressione di grande bellezza (esteriore, interiore, artistica, storica o etica). Fermarsi. Sentire di doverle qualcosa, trasformarsi. Vincere la paura folle che mette sempre la bellezza, più che l’amore paredra della morte.

La spada del samurai è una falce di luna che attraversa l’aria e la scompone nei frammenti di un origami invisibile, ma il cuore del samurai è il fiore di ciliegio. Così indifferente a sé stesso che ci si può guardare attraverso. E già si stacca dal ramo e cade. Non necessariamente la bellezza deve durare; non dopo aver realizzato il proprio capolavoro.

Ricorre spesso, nella precettistica marziale nipponica, l’aggettivo ‘inflessibile’. È solo guardando la vita che scorre senza abbandonarsi al flusso, anche soave, dei casi che si può riconoscere il buono e il cattivo, il giusto e l’ingiusto, e operare per il buono e il giusto contro il cattivo e l’ingiusto. Nessun delitto è per il giapponese più orribile del soffocare la bellezza in una matassa di circostanze veniali.

“Chiunque ami la terra nella sua bellezza naturale e con la sua ricchezza culturale, e sappia del cielo stellato divinamente sublime sopra il suo capo, si sente dolorosamente consapevole della propria responsabilità – giacché tutto quello che accade al mondo comincia dal e finisce nel singolo” scrive Junyu Kitayama, l’esegeta più profondo dell’eroismo.

La parola cardine, in queste righe, è ‘responsabilità’. Il sentimento cardine è quello adombrato dall’avverbio ‘dolorosamente’. La via eroica è via di dolore. È via di tagli secchi che ti fanno straziare di rimpianti, di rinunce, di contrazioni del cuore che chiede dolcezza, riposo, quiete, tepore. È preferire alla serenità ottusa la follia di un entusiasmo che può incenerire il cane di paglia che è l’uomo: il “pazzo morire” che incantò Mishima.

Non c’è accomodamento possibile, nell’orizzonte del samurai. Se in lui c’è – e ci deve sempre essere – ragionevolezza, è del tutto assente anche l’ombra di una resa alla prepotenza del male. Perché vivere nell’ingiustizia è come non essere mai nati.

“Quando ci si è votati alla morte, ogni sentimento scompare e la volontà tenace e coraggiosa si sviluppa da sé. Perciò risulta sensato tanto ogni passo in avanti quanto ogni passo all’indietro, e non ci si lascerà mai sfuggire il tempo giusto. Si versa in una condizione autonoma e libera in cui tutto può essere fatto. Perciò si è superiori a qualsiasi dubbio. Infatti l’andare avanti vuol dire avanzare verso il nemico, l’andare indietro retrocedere dopo aver battuto il nemico. Se non si è battuto il nemico nell’avanzata, in tal caso non c’è alcun ritorno”.

Non è saggio ragionare per schemi, ma che vergogna quando capita di confrontare il piagnucolio del nostro presente con quello spirito inflessibile e insieme pieno di commuovente lealtà e magnanimità! Chi si occupa più, da noi, di “elevare la personalità alla grandezza morale”? Chi? Il politicante impegnato a far quadrare i conti pubblici (o, più spesso, i suoi privati)? L’insegnante costretto a prestazioni da personal trainer della razionalità più bruta? L’intellettuale drogato di viltà, di retorica, di egoismi? Chi?

E intorno al millecinquecento, in Giappone, c’era chi scriveva:

“Un’allodola volò quaggiù

sul bordo del campo,

silenzio serale alita

nella sua voce solitaria.

Cerchi anche tu con noi

guerrieri irrequieti

il guanciale sull’erba

per sogni brevi?”

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Uesugi Kenshin

Era Uesugi Kenshin. E il lampo che si intravede, laggiù laggiù, è quello della sua katana.

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