Lavorare sul proprio stile, sul proprio carattere e sulla propria forma interiore sarebbe già una buona difesa dal degrado che avanza.

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Gli attacchi di Parigi, le minacce all’Europa, la strage nel Mali, ed in generale l’atmosfera di precarietà diffusa e pervasiva, hanno fatto emergere due istinti naturali che si annidano nel cervello rettile dell’uomo: o la fuga o l’attacco.

La fuga nella rassegnazione, nel fatale “speriamo che non succeda a noi”, nel mimetismo piccolo borghese del nascondimento di qualsivoglia opinione non conforme. Oppure, l’attacco sconclusionato e l’attivismo afinalistico, dove la maniacalità dell’azione si mescola alla confusione degli obiettivi ed al presenzialismo  pseudoguerriero delle azioni a spot, prive di strategia ma intrise di narcisistica pubblicità. Ci sarebbe anche una terza opzione, quella dell’indolenza relativista permeata dal pensiero debole, alla ricerca di soluzioni mediate, quella caratterizzata dagli inviti alla diplomazia, alla prudenza e alla vile moderazione. Questa terza posizione non ci riguarda, e ai suoi sostenitori dedichiamo la considerazione dantesca: <<Non ragioniam di lor, ma guarda e passa>>, come per tutte le altre forme di bassezza umana.

Tra i primi due dispositivi quello ancora più interessante è il secondo. Questo perché mentre la rassegnazione non fa rumore, si acquatta negli atri e negli androni a sussurrare il disagio e la paura, per poi riemergere alla luce rasentando i muri e blindandosi nell’indifferenza fifona(<<Per strada tante facce / non hanno un bel colore, / qui chi non terrorizza / si ammala di terrore>>), l’iperattivismo ha la presunzione di opporsi alla paura indotta dal sistema dilatando il torace e lanciando ululati alla Tarzan, senza però capire né perché né contro chi.

Certe volte – troppo spesso, a dire il vero – si leggono sui social network proclami e interpretazioni della realtà che, se non fossero patetici nei loro scadenti contenuti, potrebbero risultare tragicamente umani dal punto di vista psicologico.

Scadendo in quella libertà di parola che Massimo Fini aveva a suo tempo denunciato come distorta libertà di dire cazzate, gli apostoli dell’eroismo di riserva alzano i toni della voce per esorcizzare la precarietà esistenziale guidata dai tenutari del potere. Come in un gioco di specchi, e in patologico disorientamento di tempo e di spazio, confondono cause ed effetti, responsabili e complici, vittime e carnefici, rincorrendo il richiamo diversivo e perdendo – o forse non avendolo mai avuto – il bersaglio effettivo e reale da colpire.

Il quadro politico di fronte alla paura dilatata è facilmente diagnosticabile attraverso l’analisi dei leader che rappresentano – o, meglio ancora, hanno la presunzione di rappresentare – il baluardo contro questa paura.

Se il terrore è senza volto e senza inquadratura, i suoi patetici oppositori hanno una faccia, una reperibile posizione ed un linguaggio caratteristico, seppure con caratteristiche specifiche per ogni collocazione.

Innanzitutto, interessante da considerare sono gli slogan. Dalla velleitaria asfaltatura del  ‘nemico’ (quale?) all’illusoria presa del potere (quando?) fino all’immaginaria costruzione dell’‘uomo nuovo’ (come?). Una fantasmagorica esplosione di minacce, promesse ed insulti per esorcizzare l’ansia e mobilitare una fantasticata massa attorno al sovrastimato fascino del capo.

Poi da osservare sono le azioni. Sembrava che l’attualità avesse portato un vento nuovo nell’azione politica rispetto a quella degli anni ’70: più esame critico, più strumenti a disposizione per leggere la realtà, più razionalità e cultura nell’interpretare i fatti. Invece, si conferma l’analisi di Freda: <<prassi del ‘fare’, dell’agire e dell’agitarsi>>; una continua corsa in avanti (dove?) come il parkinsoniano che cerca disperatamente il suo baricentro, o l’epilettico che scarica la tensione nell’impulso alla convulsione.

Mentre il sistema diffonde il terrore con la pretesa apparente di combatterlo, coloro i quali avrebbero l’altrettanto velleitaria pretesa di opporsi al sistema, nella realtà dei fatti lo lambiscono tangenzialmente, lo sfiorano fin tanto che gli viene permesso, senza lontanamente intaccarlo, perché il potere non si abbatte né si cambia, ma si crea.

Se si spulciano con pazienza i singoli episodi nei quali sono coinvolti i personaggi più o meno noti della politica definibile antisistema, si noterà come ogni evento è reattivo a qualche altro che lo ha preceduto. Negano i festeggiamenti natalizi, e si porta il Presepe nella scuola. C’è un atto criminoso attribuito ad un rom, e si minaccia di radere al suolo i campi zingari. Viene denunciato uno stupro o una violenza, e si invoca la castrazione chimica. Si evidenzia un malfunzionamento scolastico, e si organizzano proteste contro la cattiva scuola. In alternativa si commemora. Ogni giorno c’è una rievocazione, un anniversario, un ricordo da mantenere vivo.

Se poi uno fa una verifica delle minacce portate a termine, o quanto meno la loro fattibilità: nulla. Se uno esamina il risultato di certe manifestazioni in visibilità: zero.

Quel narcisismo che è stato eliminato dal Manuale Diagnostico e Statistico delle Malattie Mentali quale disturbo della personalità è, alla faccia dei luminari della psichiatria, alla sua apoteosi nell’attualità.

Molti leader confondono fama con notorietà, carisma con altrui piaggeria, condivisione virtuale con riuscita reale. Il “mi piace” su Facebook ne è un esempio. Molti credono che cliccare il pollice alzato sia corrispondente al numero degli adepti, che l’amicizia sia sinonimo di compartecipazione di piazza e di festa. E grazie a questa illusione gonfiano la loro precaria autostima e combattono – inutilmente – la loro pervasiva depressione.

Alessandro Giuli ha scritto giustamente su Il Foglio che gli italiani preferiscono il vittimismo e l’Italia è una Repubblica fondata sul lutto. Verissimo. È la valenza depressiva, la fuga nella rassegnazione e, forse, una inconscia preparazione ad una servitù senza danni collaterali nello stile di “Sottomissione” di Houellebecq. C’è, però, anche quel dispositivo controfobico di presunzione e di arroganza che fa credere ai sedicenti leader di essere dei capipopolo, quando molti possono al massimo vantarsi di essere capibanda.

 

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