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Toxic bank
Sarebbe pari a 18mila miliardi, vale a dire il 44% degli asset, l’entità degli attivi a rischio svalutazione per le banche europee. Questa la cifra contenuta in un documento segreto,
preparato dalla commissione europea e discusso la scorsa settimana dai ministri delle Finanze dell’Ue riuniti all’Ecofin. Il documento, visionato da Milano Finanza, prevede che tali asset a rischio tossicità debbano essere sottoposti ad un test di “impairment” per verificarne la solidità o procedere ad eventuali svalutazioni. Il documento inoltre, a proposito di un intervento dei governi che dovrebbero farsi carico degli asset tossici, sottolinea che “le stime sul totale delle svalutazioni di asset suggeriscono che i costi di bilancio attuali e contingenti, di un rilievo di attività potrebbe essere molto ampio in termini assoluti e relativi rispetto al Pil degli stati membri”. Finalmente si capisce perché anche gli eterni ottimisti hanno dichiarato in questi ultimi giorni qualche “preoccupazione”. 18.000 miliardi di assets (e cioè ogni cosa in possesso di una persona o di un’azienda il cui valore monetario sia calcolabile) rischierebbero di risultare sostanzialmente carta straccia; ricordate i tristemente noti Bonds argentini? L’autorevole testata parla di due cose: di un rischio di “tossicità” relativo al 44% della ricchezza delle banche –che non sono solo sportelli, ma in Europa soprattutto merchant e cioè banche d’affari- e cioè del pericolo che risalendo all’origine dei derivati acquistati ci sia il nulla. E di un ulteriore pericolo a “cascata” qualora gli stati europei, tipo operazione Alitalia, decidessero di farsi carico di questi “investimenti in nulla” per salvare (almeno in parte) ….. già, per salvare chi, ed in quanto tempo? La domanda va sicuramente posta, anche perché le cifre, se verificate, non lasciano spazio a dubbi: alcuni stati (magari già in difficoltà) si troverebbero costretti a coprire le perdite per valori ben superiori ai rispettivi PIL nazionali (e cioè la ricchezza reale prodotta ogni anno da un Paese). E gli stati, si sa, fanno cassa principalmente con le tasse e con l’indebitamento. Comincia a tirare un brutto vento…
Mele marce o frullato impazzito?
La crisi dei mercati finanziari sta minando l’intera struttura del sistema economico americano, trascinando con se l’economia mondiale. Solo qualche anno fa, le crisi di credibilità finanziaria
corrodevano esoticamente la periferia del sistema globalizzato, oggi hanno raggiunto il cuore pulsante della megamacchina occidentale. Le Borse sono ormai da almeno un decennio strutturalmente legate alla distribuzione del reddito e perciò alla stessa economia reale che non è in grado di vincolare socialmente il modello di sviluppo illimitato alimentato dal profitto delle transazioni borsistiche speculative.Sappiamo che Adam Smith, sistematizzando il pensiero economico moderno, si è basato sulle fandonie della “scarsità naturale” in funzione della manipolazione produttiva e del passaggio dal baratto allo scambio quale progresso inevitabile per la soddisfazione dei bisogni individuali, e quindi collettivi. Conseguentemente, il mercato è una sintesi “liberale” tra la domanda e l’offerta dei beni, dove una “mano invisibile” persegue un “bene comune”.
Il gigante si e’ svegliato
Con le ondate di distruzione causate dal crollo finanziario globale è arrivato un significativo momento di riflessione obbligatoria. Se tale disastro ha investito il pianeta, quali lezioni si possono trarre per smantellare il meccanismo che lo ha causato in primo luogo?
FI rimedi proposti dai governi in tutto il mondo non stanno funzionando come conferma ogni reale indicatore economico. L’eterna influenza corruttrice dei soldi nelle politiche e disegni del governo non ha fatto altro che garantire che qualunque metodo verrà usato per salvare l’economia dalla bocca della balena sarà come gocce di pioggia su un fiume. L’unico schiacciante fattore che non sembra venir preso in considerazione nell’equazione è che per tirarsi fuori dal pasticcio finanziario si ha bisogno di risorse finanziarie. Non quelle prese in prestito ma quelle risparmiate. Qui è l’asso nella manica della Cina. Gli Stati Uniti hanno un deficit finanziario reale di 53 trilioni di dollari che non potranno mai ripagare.L’Inghilterra è sulla buona strada nel distruggere la sua moneta e far crescere il suo debito e così è la Francia.La Cina, invece, è nella particolare condizione di avere 1.9 trilioni di dollari in riserve di moneta estera. Questo la mette in una posizione esclusiva rispetto al resto del mondo.
La festa è finita
Ci avevano assicurato in tutti i modi che il mercato si autoregolava da solo,che il libero-mercato e’ la panacea di tutti i mali, che….bla , bla,bla… ma ora il giocattolo s’è rotto, ma a
detrimento del cittadino-lavoratore-consumatore, rispetto ai pochi che hanno goduto di enormi guadagni. Quei pochi, oggi, vengono salvati grazie all’intervento dei tanto vituperati Stati, quindi, da tutti noi. Stati, che nonostante le affermazioni medianiche, stanno annaspando per tirare fuori dal pantano, ciò che loro stessi hanno foraggiato e preservato, facendoci credere che stiamo subendo una pur difficile crisi finanziaria, ma che basteranno poche regolette per tornare alla ( loro ) normalità fra un paio d’anni al massimo. In parole povere: vogliono farci bere la storiella di un’”economia reale” sana ed altruista, vittima di una sregolata “finanza corsara”; nascondendoci, però, un particolare importante: la grande diffusione di partecipazioni azionarie delle imprese in tutti i settori della finanza e sue diramazioni.
Negli ultimi giorni, anche il più distratto lettore di quotidiani ed il voyeur dei nostrani telegiornali, avrà saputo del crollo del prezzo del petrolio e del calo di alcuni prezzi al consumo, che hanno invertito la tendenza inflazionistica degli ultimi decenni. A molti sarà apparsa una buona novella, ma sicuramente non avrà percepito nessuna enfasi nel tenore degli articoli o nell’annuncio delle notizie. Il motivo è dovuto ad un sostantivo, che terrorizza più di ogni altro: deflazione.



