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Che cosa è l’inflazione?

La massiccia commistione di denaro ‘reale’ e denaro creditizio ha delle conseguenze di tale portata sul sistema economico odierno che è assolutamente doveroso illustrarne almeno gli aspetti fondamentali. L’inflazione è sicuramente uno delle conseguenze derivate da questo tipo di sistema monetario che viene spesso mistificato dai media e dalle fonti più autorevoli ed ufficiali. Questo ancora una volta avviene per nasconderne il suo vero significato e natura. Se infatti si va a cercare in un dizionario la definizione di inflazione si troverà che per inflazione si intende:
Un abnorme aumento del credito e moneta circolante rispetto a le merci ed i servizi presenti sul mercato, che determina un forte e persistente rialzo del livello dei prezzi8. Questa è sicuramente la definizione più consolidata e convenzionale di inflazione. Il problema ‘Un abnorme aumento del credito e moneta circolante’ viene solitamente abbinato ad un effetto cioè il ‘forte, persistente rialzo del livello dei prezzi’. Per capire perchè questo tipo di assunzione sia fuorviante è necessario soffermarsi un attimo sull’effetto dell’inflazione e cioè ‘un generale aumento del livello dei prezzi’,in quanto questa è l’essenza del problema. Dato che il prezzo di qualsiasi cosa è un’espressione del suo valore, che a sua volta dipende dal denaro utilizzato per dargli valore e quindi un prezzo, ne consegue che un aumento di prezzi si può manifestare in due modi. Il primo può essere dovuto al fatto che la gente attribuisca maggior valore ad una merce, il secondo invece può scaturire dal fatto che la gente attribuisca meno valore ai soldi. Nel primo caso, condizioni circostanziali del rapporto tra domanda e offerta possono determinare un aumento di prezzo di certe merci o beni primari. Quando invece si ha un generale e simultaneo aumento del livello dei prezzi della maggior parte delle merci e servizi presenti nel mercato, questo è il riflesso di un deprezzamento del denaro. In altre parole i venditori chiedono più soldi perchè ogni unità di denaro vale meno di quanto valesse prima. Questo significa quindi che l’inflazione altro non è che un generale e simultaneo aumento dei prezzi causato da una svalutazione/deprezzamento della moneta. Tuttavia questo deprezzamento è dovuto non solo dalla quantità di denaro in circolazione ma è determinato anche (e soprattutto) dalla base sulla quale quel denaro è stato emesso (ossia la sua qualità).
Le banche centrali sono delle s.p.a.
Benché la maggior parte delle banche centrali nazionali siano ritenute proprietà dello stato, la verità è che sono delle agenzie di credito private, istituite con il solo scopo di
massimizzare i profitti dei loro azionisti. I due casi più eclatanti di quest’anomalia a norma di legge sono sicuramente la Federal reserve bank (banca centrale nazionale americana) e la banca d’Italia ( vedi tabella). Da queste due premesse deriva una scioccante rivelazione. Tutto il denaro in circolazione è gravato da debito ancora prima che arrivi nelle casse dello stato e venga accettato ed utilizzato dai suoi cittadini. Infatti, quando lo stato chiede in prestito una data massa monetaria, supponiamo 100 bilioni di euro, la banca centrale, stampa ed emette 100 bilioni in banconote di tagli diversi (5,10,50,100, ecc) spendendo 0,30 centesimi di euro a taglio. Questi pezzi di carta sono senza valore al momento della loro emissione perchè non garantiti da collaterale (oro), ma vengono prestati per il loro valore facciale (ovvero 100 bilioni) allo stato. La banca centrale non si comporta quindi come una normale tipografia, ma come un’effettiva agenzia di credito. La differenza fra il costo di stampa ed il valore facciale delle banconote viene, di fatto, incamerato dalla banca centrale.
Lo statuto del 1948, controfirmato da Enrico De Nicola e Alcide De Gasperi, afferma che la Banca d’Italia è un Ente pubblico, e l’art. 3 sancisce che la maggioranza debba essere pubblica e i soci che compongono la maggioranza debbono essere a loro volta a maggioranza pubblica
Tally Sticks
In Inghilterra, Re Enrico Primo inventò una forma di denaro basato su dei stecchetti di legno intagliati. Questi pezzi di legno venivano divisi in due parti uguali e segnati con delle
tacche che ne rappresentavano il valore. Una parte veniva messa in circolazione, mentre l’altra rimaneva nelle mani del Re (per evitare contraffazione). Re Enrico Primo avrebbe potuto utilizzare qualsiasi cosa come denaro, a condizione che la gente avesse accettato questa nuova forma di soldi come moneta corrente legale. Per favorire la loro circolazione il Re rese i pezzi di legno (appunto i Tally Sticks ) buoni per il pagamento delle tasse, creando così una domanda interna e rendendoli proprietà desiderabile. Re Enrico Primo era ben conscio dei pericoli che i cosiddetti money changers , ossia gli usurai del denaro, rappresentavano per la monarchia. Questo sistema era stato quindi basato su un criterio fondamentale. Era denaro privo di debito e d’interesse la cui quantità poteva essere direttamente regolata dal Re secondo le esigenze di mercato. Per quanto inusuale possa sembrare utilizzare dei pezzi di legno come denaro, bisogna ricordare che i Tally Stick funzionarono benissimo e furono di buon grado accettati dalla popolazione. Lo dimostra il fatto che i Tally Sticks vennero utilizzati per 726 anni!!!.
E’ crisi per le assicurazioni
Come anticipato, la crisi bancaria mondiale è ormai giunta al punto di non ritorno. Il problema del default sul debito di molti paesi dell’ex blocco sovietico è stato l’argomento
principale dell’ultimo vertice dei ministri delle Finanze Ue a Berlino ma i 200 miliardi che dovrebbero giungere dal Fondo Monetario Internazione, come annunciato dal premier britannico Gordon Brown, non si sa come e quando arriveranno. Resta irrisolto il nodo dell’Irlanda (70 miliardi di debito e 350 punti basi sui credit default swaps, praticamente un morto che cammina), il cui fallimento innescherebbe un effetto domino sugli altri paesi dell’area euro a forte indebitamento: Grecia, Italia, Gran Bretagna e Spagna.
Mele marce o frullato impazzito?
La crisi dei mercati finanziari sta minando l’intera struttura del sistema economico americano, trascinando con se l’economia mondiale. Solo qualche anno fa, le crisi di credibilità finanziaria
corrodevano esoticamente la periferia del sistema globalizzato, oggi hanno raggiunto il cuore pulsante della megamacchina occidentale. Le Borse sono ormai da almeno un decennio strutturalmente legate alla distribuzione del reddito e perciò alla stessa economia reale che non è in grado di vincolare socialmente il modello di sviluppo illimitato alimentato dal profitto delle transazioni borsistiche speculative.Sappiamo che Adam Smith, sistematizzando il pensiero economico moderno, si è basato sulle fandonie della “scarsità naturale” in funzione della manipolazione produttiva e del passaggio dal baratto allo scambio quale progresso inevitabile per la soddisfazione dei bisogni individuali, e quindi collettivi. Conseguentemente, il mercato è una sintesi “liberale” tra la domanda e l’offerta dei beni, dove una “mano invisibile” persegue un “bene comune”.



